
Dopo la laurea, il dottorato in Matematica e una brillante carriera che le si prospettava, Silvia si ferma, respira, ragiona, “analizza” e decide di ritornare alle origini, a quando era bambina e aiutava i genitori in vigna, in cantina. Capisce che la passione della sua famiglia, fare vino, in realtà è anche la sua.
Via Appia Antica n. 560, è qui che si trova l’azienda di famiglia di Silvia Brannetti: Riserva della Cascina. Camminando sul lastricato dell’Appia Antica, Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2024, sembra di immergersi nella storia, si ha la sensazione che il tempo si sia fermato. C’è silenzio, pace e una indescrivibile bellezza.
Un percorso ben delineato, poi a un tratto succede qualcosa e decidi di “cambiare rotta”. Qual’è stata la motivazione che ti ha portato a questa decisione?
Ho sempre amato la Matematica e la amo ancora. È bellissima, ha un solo limite: è astratta. A un certo punto della mia vita (avevo da poco compiuto ventotto anni) ho sentito la necessità di fare qualcosa di concreto. Mi sono ricordata di quando ero poco più di una ragazzina e arrivava la fine della scuola. Io, invece che uscire, andare in giro come le mie amiche, aiutavo i miei genitori dalla vigna al punto vendita. Ci alzavamo alle 4 del mattino. Allora era un incubo ma, visto a posteriori, posso dire che mi è stato utile. Tutto ciò mi ha fatto capire il valore del lavoro e il fatto di non dare tutto per scontato. E, nel ricordare, mi sono mancati quei momenti, così ho lasciato tutto e ho cominciato a lavorare qui affiancando i miei genitori. Oggi sono io che gestisco l’azienda, soprattutto la cantina, e i miei genitori continuano ad aiutarmi: papà soprattutto in vigna e mamma gestendo il punto vendita.
Riserva della Cascina 2026, con te siete alla terza generazione. Parlami dei numeri che fa oggi e di qualche novità che è arrivata insieme a te.
Oggi la nostra azienda possiede 28 ettari in totale, di cui 25 vitati, da cui produciamo circa 50.000 bottiglie e vini che vendiamo sfusi, come si usa da queste parti. Lavoriamo in biologico, da sempre, dai tempi dei miei nonni, solo rame e zolfo nei trattamenti. Nel 1994 abbiamo ottenuto la certificazione, eravamo tra le prime aziende. Relativamente alla produzione c’è da dire che sin dal ‘46, quando mio nonno ha iniziato, facevamo solo vino bianco perché Roma, che è il nostro mercato principale (circa l’80%) chiedeva quello. Negli anni ‘60 però mio nonno decise di sperimentare e fece la prima botte di vino rosso, mille litri. Dal 2012 sono entrata io in azienda e ho seguito essenzialmente le orme dei miei genitori finché ho avuto voglia anche io di sperimentare producendo in maniera decisiva anche rossi. Nelle nostre vigne abbiamo Syrah, Montepulciano, Sangiovese, Merlot e, se tutto va bene, questo sarà il primo anno in cui si potrà bere il “nostro” Cesanese di Affile da selezione massale. Raccoglieremo le uve tra qualche mese anche se le viti sono molto giovani. Non lo so se sarà all’altezza. Ma, come si dice, intanto io provo… Sarà una IGT perché siamo fuori l’areale.
Da qualche anno nella nostra azienda si produce anche miele. Non me ne occupo io personalmente, c’è un apicoltore che cura le api. Ma mi piace l’idea di una economia circolare a 360 gradi nel mio vigneto.

Raccontami i tuoi vini e il tuo modo di produrli
Produciamo otto etichette: tre bianchi, tre rossi, un rosato e un metodo classico.
I tre bianchi sono:
- IX Miglio Bianco, il cui nome viene dalla posizione della vigna. E’ prodotto da Bombino Bianco, Malvasia di Candia e Puntinata.
- Gallieno, dal nome dell’imperatore romano la cui tomba la si vede dalla terrazza della sala degustazione. 100% Malvasia Puntinata, semi-aromatico. Lo considero il nostro cavallo di battaglia essendo il vitigno autoctono per eccellenza della zona.
- Domina, Grechetto in purezza, resta a contatto con le sue fecce per 12 mesi, 95% in acciaio e 5% in barrique, poi in bottiglia per altri sei mesi minimo. Per me il Grechetto è un rosso mascherato da bianco, nel senso che pur non facendo macerazione ha sempre una minima sensazione tannica.
I tre rossi sono:
- IX Miglio Rosso, sempre dalla posizione della vigna. Prodotto da Sangiovese, Montepulciano e Merlot.
- Costa di Basalto, Syrah in purezza, chiamato così perché le vigne sono concentrate su una piccola collinetta di basalto. Per questo prodotto la vinificazione è un poco diversa. Dopo 4 gg di macerazione tolgo le bucce. Quando ho deciso di produrlo la mia idea era di avere un vino leggero, fresco, trasparente. Poco estratto, poco tannino e anche poco alcol. È un vino da merenda, da pane e salame.
- Palombaio, toponimo perché nel luogo dove si trovano oggi le vigne c’erano ricoveri di colombi. Prodotto da uve Cabernet Sauvignon e solo nelle migliori annate. Matura per 12 mesi in barrique di rovere francese e altrettanti di affinamento in bottiglia.
Il rosato, la Via delle Rose, è prodotto da uve Sangiovese con una vinificazione in bianco. Mi piace dire che ha il colore di un rosa provenzale, profumatissimo. Non fa bâtonnage. Resta a contatto con le bucce giusto il tempo della pressatura. È un vino semplice. Si beve come l’acqua.
Infine c’è Gaius, Metodo Classico BRUT da Bombino Bianco.
Per tutti i vini il processo è simile. Uso una pressa siciliana che produce azoto e ha un cilindro di acciaio con dentro un pallone che si gonfia con aria compressa. Prima di mettere l’uva gonfio la pressa così non rimane più aria dentro ma solo il pallone. Poi ritiro il pallone e contemporaneamente la pressa si riempie di azoto. In questo modo i vini non si ossidano per nulla riducendo l’uso dei solfiti. Infatti, ne aggiungo pochissimi nei rossi e solo dopo la malolattica, poi per qualche mese lascio tutto sulle fecce fini. Nei bianchi, invece, aggiungo pochissimi solfiti molto presto proprio per non farla partire. In generale amo i rossi che vanno un po’ in riduzione, questa cosa mi piace così tanto che metto la gommalacca sul tappo per sigillarli. Amo fare il bâtonnage ai miei vini perché il contatto con le fecce fa sì che i profumi che escono fuori dalla fermentazione alcolica vengono assorbiti, lasciando l’essenziale e donandogli solo corpo e grassezza. I sentori tenderanno ad essere più composti. Anche se Gallieno (che fa bâtonnage) quando lo annuso, anche ad occhi chiusi, sembra di trovarmi in un campo di fiori, questo dipende soprattutto dal vitigno.

E i lieviti?
I miei lieviti sono prettamente quelli della cantina. Anche se per comodità e tranquillità, soprattutto per le grandi quantità, uso anche alcuni selezionati perché capita, anche se raramente, che la fermentazione non parte. Invece, per le piccole produzioni lascio lavorare la Natura solo con i lieviti presenti (da anni) in cantina.
Come prevedi questa annata?
C’è stata tanta pioggia in inverno e ora, un caldo eccessivo. Non so cosa aspettarmi. Se penso a qualche anno fa, tutte le stagioni erano fondamentalmente buone. Una brutta capitava ogni cinque o sei anni. Adesso, se pensiamo agli ultimi anni: 2025 caratterizzato da forti grandinate che hanno distrutto molte piante. L’anno prima abbastanza buona. Il 2023, è stato l’anno della peronospora…
Come vedi il futuro del vino in generale?
Io vado raramente in giro per fiere ma, nelle poche in cui sono stata, ho respirato aria di crisi: un pochino l’inflazione, un po’ i ricarichi eccessivi dei ristoratori, poi le leggi, il codice della strada… Inoltre c’è il fatto che alcuni paesi come la Cina hanno cominciato a produrre vino. Insomma, è davvero dura ma io sono positiva e credo che in un modo o in un altro si tornerà a brindare come prima.

Viaggiatrice instancabile, percorro strade lineari e contorte per scoprire nuovi luoghi, incontrare produttori e assaggiare i loro vini, raccontando le loro storie e le mie esperienze in questo mondo.


