
A leggerla ora sembra quasi una profezia. Era appena cominciato il XIV secolo e Pier de Crescenzi nel suo Ruralium Commodorum scriveva: “Il gioiello della viticoltura tortonese sono i vini bianchi, essi hanno uno splendido avvenire”. Ma dobbiamo aspettare la fine del XX secolo e la caparbietà di un viticoltore perché tutto il mondo scoprisse il Timorasso.
Una leggenda narra che per difendere una fanciulla di nome Elisia (o Elisa) alcuni uomini avessero scagliato dei sassi contro un capraio che cercava di sedurla in una vigna. Dalla terra bagnata dal sangue dell’uomo, che era riuscito a scappare, nacque la pianta del Timorasso: “timor dei sassi”. Che sia un caso o una fatalità non saprei, ma oggi la regina del Timorasso porta lo stesso nome della fanciulla leggendaria.
Quando nasce La Colombera?
La storia della nostra famiglia alla Colombera comincia nel 1937, quando i miei bisnonni Pietro e Maria prendono in affitto una cascina sulle colline di Vho, vicino a Tortona e coltivano grano, ceci ed erba medica. Nel dopoguerra è mio nonno Renato a piantare i primi vigneti, che negli anni vengono ampliati, ma l’anima cerealicola della cascina resta predominante fino agli anni Ottanta, quando mio padre Piercarlo decide di non conferire più le uve e di vinificare e imbottigliare il proprio vino.
Quando avete deciso di puntare sul Timorasso?
Alla fine degli anni Novanta, capitanati da Walter Massa, decidiamo di puntare sul recupero del Timorasso: un vitigno autoctono quasi abbandonato, complesso da coltivare, ma sulle cui potenzialità espressive crediamo e vogliamo scommettere tutti, anche per dare un’identità forte che mancava al territorio. La nostra prima vendemmia risale al 1997; nel 2000 mettiamo in commercio la prima bottiglia con l’etichetta Derthona. Le soddisfazioni arrivano subito, ma ci vogliono quasi dieci anni per comprendere il comportamento di questa uva e l’evoluzione dei suoi vini: è stato un lavoro lungo, collegiale, con la ricerca delle piante madri nei vecchi vigneti e la scelta dei terreni in cui mettere a dimora le diverse selezioni e proseguito attraverso un lungo confronto sul lavoro in cantina per capire come esprimere al meglio un vitigno tanto ostico.
Quali sono i vostri vini di Timorasso in purezza e cosa li distingue?
Produciamo tre Timorasso. Il Derthona è il nostro classico, il primo che abbiamo realizzato: nasce da uve selezionate in diversi vigneti a Vho, Cascina Macchetta e Sarezzano e ne riunisce le caratteristiche.
Il Montino proviene da un unico vigneto, piantato nel 1997 di fronte alla cascina, a circa 200 metri di altitudine, su terreni in cui si alternano arenaria e marne. La prima annata è il 2006. È un vino che acquista complessità con il tempo: ai profumi iniziali di frutta, fiori e miele si aggiungono, con gli anni, note minerali, balsamiche e di idrocarburo.
Santacroce è il nostro secondo cru, nato dalla vendemmia 2022 e presentato nel 2024. Proviene dalla collina di Santacroce a Sarezzano, su un’antica cava di calce, con terreni caratterizzati da marne bianche e calcare. È il nostro primo Timorasso vinificato in parte in acciaio e in parte in tonneauX: una scelta per dare maggiore rotondità a un vino che, per la natura del terreno su cui nasce, mostra una verticalità più marcata.
Con questi tre vini approfondiamo la conoscenza del Timorasso e delle diverse espressioni che assume nei nostri terreni.
Quali sono gli altri vostri vini?
La Barbera occupa da sempre uno spazio importante nella nostra produzione. Abbiamo Vegia Rampana, lavorata in acciaio, Elisa, affinata in legno, e Monleale, che nasce dalle vigne più vecchie di Cascina Macchetta e affina per un anno in botte grande. Produciamo inoltre Suciaja, da Nibiö, un vitigno autoctono imparentato con il Dolcetto, e due Croatine: Romba, in acciaio, e Archè, in legno. Tra i bianchi ci sono Bricco Bartolomeo, da uve Cortese, e Alice, da moscato giallo e malvasia moscata.
Sono vini che raccontano la varietà agricola dei Colli Tortonesi, alla quale siamo molto legati.
Il vostro mercato prima e dopo l’arrivo del Timorasso
Il Timorasso ha prima incuriosito e poi appassionato la stampa di settore, le guide e i critici, facendoci conoscere e ricercare dal consumatore e aprendoci le porte della ristorazione, delle enoteche e dei mercati esteri. Oggi, per quanto ci riguarda, oltre a lavorare bene in Italia – grazie anche agli investimenti in cantina e in enoturismo – esportiamo i nostri vini in Canada, negli Stati Uniti, in Corea, a Taiwan e in diversi Paesi europei.
Come è percepito questo vino tra i consumatori della Generazione Z? E come lo comunicate per avvicinarli?
Al momento non abbiamo dati che ci permettano di dire come la Generazione Z percepisca il Timorasso. È un vino che ha molto da raccontare, sicuramente, e l’accoglienza in cantina ci dà l’opportunità di assaggiare insieme ai giovani che possono fare domande, confrontarsi e trovare le proprie parole per descrivere questo vino. È su questo incontro diretto che vogliamo lavorare, con un linguaggio accessibile e lasciando spazio alla curiosità.
Come inciderà il global warming sui vini in generare e su quelli della tua zona in particolare?
Al netto della ripetizione, il cambiamento climatico sta cambiando tutto: i tempi vegetativi della vite, quelli della vendemmia e l’andamento delle stagioni, segnato da fenomeni sempre più estremi. Osserviamo comportamenti della pianta e delle uve che le conoscenze e l’esperienza maturate finora non bastano sempre a interpretare. Stiamo imparando tutti a rivedere ciò che sapevamo e abbiamo sempre applicato in vigna, per affrontare nuove condizioni sorprendenti, diverse ogni anno. Anche alla Colombera questo significa osservare di più, studiare i dati e mettere continuamente a confronto l’esperienza con quanto accade nei vigneti. Per noi, come per il mondo del vino in generale, significa più lavoro, più impegno e più ricerca.
Con il cambiamento climatico il Timorasso si è adattato? Quali problemi incontrate e come intervenite in vigna?
Stiamo ancora cercando di capire come il Timorasso risponde a condizioni che cambiano. Per far fronte al sole fortissimo delle ultime estati, per esempio, stiamo testando nei vigneti reti ombreggianti bianche e verdi. Ma il quadro è complesso e non c’è una soluzione unica. Alla Colombera possiamo contare sulla conoscenza dei singoli vigneti, dei loro terreni e delle loro esposizioni per affrontare ogni stagione. È una base importante, ma siamo solo all’inizio di un percorso: serviranno tempo, osservazione e prove per capire quali scelte funzionano e quanto ci permetteranno di rispondere ai cambiamenti climatici.
Viaggiatrice instancabile, percorro strade lineari e contorte per scoprire nuovi luoghi, incontrare produttori e assaggiare i loro vini, raccontando le loro storie e le mie esperienze in questo mondo.


